La Speranza
Il futuro visto con le lenti degli “altri”

(Navarra Editore,  2017)

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  Con la sua prosa serenamente cartesiana, col suo suadente “parlar facile di cose difficili”, col suo “Due più Due han sempre fatto Quattro”, Mario Moncada di Monforte è uno che ti prende, ti avvolge nella sua logica e così, serenamente, con poche citazioni e pochissimi rimandi eruditi, ti manda a schiantarti contro gli scogli della disincantata verità al pari delle povere navi degli ammaliati dal canto delle sirene i miseri resti dei quali il divino Ulisse scorge tra gli scogli aguzzi del litorale che contempla legato all’albero della sua.

Ma è uno schiantarsi benefico, che ti apre gli occhi alla realtà, che squarcia il velo di Maya della disinformazione e dei silenzi mediatici, che ti fa riflettere anche quando te ne senti compromesso (e chi abbia letto le pagine ch’egli ha dedicato a Israele comprenderà).

Moncada, ovvero l’essenza del weberiano Disincanto, colui che sfronda gli allori degli scettri de’ regnatori per mostrar di che lacrime grondino e di che sangue, che osa dire cose simili a quelle che solo un gesuita argentino divenuto papa per caso ha osato scrivere in un’enciclica. Parole come pietre, lanciate con l’imperturbabilità di un vecchio David il quale nemmeno si cura poi di controllare che il suo Golia sia crollato al suolo, anzi sa bene che quello magari finirà con il vincere lui. Quanto meno, per parecchio tempo.
Partendo da Freud e da Fromm, Moncada rivisita la storia andando al cuore del problema, e, con un rigore di segno senza dubbio kantiano ma che in questo tempo disorientato e disorientante ricorda anche Arthaud o Girard, si pone dinanzi alla Grande Scandalo che viene dalla notte dei tempi e che rugge dentro ciascuno di noi: la violenza.

Come batterla, come costruire quella che appunto il vecchio Kant ha chiamato la “pace perpetua”, quella sognata dai profeti d’Israele e forse dai saggi di tutti i tempi e di tutte le culture? Rifacendosi a esempi e a modelli desunti ad esempio dalla storia vicinorientale del Novecento, senza bisogno di scomodare il Profeta o i crociati, egli ci ricorda alcune semplici cose che dovrebbero essere insegnate nelle scuole e che tutti dovrebbero sapere per inquadrar correttamente problemi come la genesi della repubblica islamica iraniana o dell’ISIS.

Siamo immersi in un mondo di ferocia: che diventa visibile se e quando assume i panni del terrorismo islamista che tanto ci colpisce e c’indigna, mentre il terrorismo del quale sono vittime da decenni centinaia di migliaia di asiatici, di africani e di latinoamericani decimati dalla fame e dai bombardamenti quotidiani è ordinaria amministrazione della quale i nostri giornali e telegiornali ormai quasi più nemmeno parlano.
Eppure, dinanzi alla sconcertante Banalità del Male, che non solo non si riesce a sradicare ma nemmeno correttamente a descrivere e a classificare (e tornano alla mente i quotidiani delitti perbenisti contro l’umanità e l’ambiente che l’enciclica Laudato si’ elenca implacabile: vox clamantis in deserto), ecco la Semplicità del Bene, gli obiettivi semplici eppure improponibili, ragionevoli ma irrazionali verso i quali il genere umano, se fosse nel complesso meno cieco e soprattutto un po’ meglio diretto, dovrebbe tendere.

Moncada li declina con semplicità: “un lavoro sereno per tutti”; “un mondo senza più fame”; “un’adeguata assistenza sanitaria”. E con semplicità mostra le ragioni per le quali tutto ciò è ancora lontano dal potersi tradurre in una realtà irraggiungibile finché l’egoismo di poche lobbies prevarrà e finché non si giungerà a un’equa ridistribuzione della ricchezza ch’è anzitutto – non dimentichiamolo – equa distribuzione della cultura intesa non solo come somma dei differenti saperi, bensì anche come autocoscienza civile.
Intendiamoci. Non voglio dire che in queste pagine tutto si tenga, che qua e là il ragionamento di Moncada non rischi di deragliare verso la quieta follia utopica.

Molti si stupiranno e s’indigneranno leggendo pagine in cui il Mahathma Ghandi, la regina Rania e Lilli Gruber sono lì, allineati e coperti in bell’ordine come in un museo di madame Trussaud animato da un carillon veneziano.

Qui siamo di fronte a un implacabile provocatore, non a un patinato editorialista di periodici della Cairo Editrice.
Ha un senso, quanto accade? Ha un senso, la storia? Oppure hanno il senso che all’uno e all’altra noi cerchiamo di attribuire? Teso tra un passato che non c’è più e un futuro che non c’è ancora, il presente resta uno specchio oscuro.

Moncada ci offre un vademecum per orientarci su certi problemi, un promemoria per non dimenticarne certi altri.
Le riflessioni storiche, antropologiche, politiche, sono esposte da Moncada in un “romanzo storico” costruito su un lungo, ininterrotto, pacato colloquio tra due protagonisti, Eugenio e Giulia, che in una sorta di dialogo reciprocamente maieutico si scambiano opinioni sulla vita, sul tempo che trascorre, sulla storia.
Ritengo che questo libro sia in grande se non in massima parte autobiografico, ma francamente non mi sono curato di chiederlo all’autore: anzi, non desidero saperlo.

M’interessa il titolo di questo libro, La Speranza. In un tempo nel quale la paura dell’Apocalisse o la voglia di Apocalisse sembrano divenute due forme di un medesimo triste conformismo, questo titolo – e le pagine soprattutto finali del racconto, che lo giustificano – è un augurio kulturoptimistisch che a me, convinto Kulturpessimister, fa in fondo piacere.

Non so se Moncada si definisca di sinistra, e non m’interessa neppure quello. Certo è che egli crede nell’uomo e spera in un happy end della storia.
Che un prete gesuita venuto dall’Oltreatlantico difenda coraggiosamente i migranti e denunzi apertamente l’infamia del traffico internazionale di armi, non può non esser salutato con speranza.

Dinanzi all’arroganza del profitto delle multinazionali e all’arroganza dell’egoismo dei borghesi piccoli piccoli che invocano raffiche di mitraglia contro i gommoni, quest’arroganza della generosità mi piace. Ha il piglio dell’antica nobiltà siciliana, quella di gente che aveva nelle vene il sangue dei Grandi di Spagna.

Franco Cardini

PUBBLICAZIONI

Libri e saggi che affrontano temi attuali in modo personale. Le pubblicazioni di Mario Moncada di Monforte analizzano argomenti di forte impatto, mettendo in campo dubbi e domande che trovano risposta nell’intenso percorso professionale e culturale dell’autore.